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Reality religioso per l'Imam: quando un parroco nominato dalla TV?

Giovedì 29 Luglio 2010, 12:21 in Religione di

Non c'è proprio limite a quello che i Reality posono (negativamente esprimere).

Questa volta però il teatro del "fattaccio" non è l'italia ma la Malesia.

Riferisce il Corriere.

MILANO - Si sottopongono a prove di abilità e competenza e ai verdetti del pubblico e della giuria. Passano la settimana isolati dal resto del mondo, senza accesso a tv, giornali, radio e Internet, avendo come riscontro solo il livello degli applausi che vengono rivolti loro. Poi, per un giorno alla settimana, le telecamere si accendono e loro fanno irruzione nelle case di milioni di spettatori. Erano partiti in dieci, alla fine ne resterà uno solo. Insomma, la formula è quella classica del reality show. Ma quello proposto dal canale via cavo malese Astro Oasis è davvero particolare perché i concorrenti sono tutti rigorosamente uomini. E non potrebbe essere diversamente, perché si tratta di aspiranti imam, guide religiose dell'Islam. Il vincitore sarà premiato proprio con un incarico di leader religioso a cui saranno affiancati un periodo di formazione in Arabia Saudita e un viaggio all inclusive alla Mecca, la città santa per i fedeli musulmani, per un pellegrinaggio propiziatore.

Insomma...è come se da noi, un reality decidesse il nuovo parroco della mia parrocchia di Stazzano...o, peggio, il nuovo Vescovo di qualche diocesi.

A quanto pare però l'idea non ha creato scandalo nell'ambiente religioso, e nel pubblico al contrario sta davvero creando un fenomeno televisivo e mediatico.

Tanto da ispirare emuli anche in altri paesi islamici.

Prosegue infatti il Corriere.

 Il clamore di «Imam Muda», così si chiama il programma, ha varcato i confini nazionali e ci sono già emittenti televisive in Turchia e in Egitto interessate a riproporre il format ai propri telespettatori. E il grande successo ottenuto - è il programma più visto di sempre di Astro Oasis e la pagina ad esso dedicata su Facebook ha raccolto in breve tempo più di 50 mila fan - gli ha fatto guadagnare un lungo articolo sul New York Times. La prima edizione è ormai alle battute finali e domani si conoscerà il nome del primo vincitore. Ma gli organizzatori stanno già pensando alla prossima e a come organizzare il casting per i nuovi concorrenti.

Bhè...dobbiamo attenderci qualcosa anche in Italia? Oppure noi sapremo frenare questi scempi televisivo-religiosi?

13
13 commenti
13
28 Ago 2010
alle 17:01

Charles Darwin

Argomenti oltremodo scivolosi sui quali sarebbe forse utile riflettere meglio Alieno. Che strumenti abbiamo per giudicare la "politica" dei nostri pastori ? Chi sarà troppo politicizzato dovendo scegliere poniamo tra il Beato Stepinac e il Servo di Dio Oscar Romero, tra il vescovo Williamson ed il Cardinal Martini, tra il sacerdote Don Giulio Tam ed il sacerdote Don Milani, tra la fede poniamo di Antonio Socci e quella di uno dei tanti laici operatori di Emmaus ?

Quali dovrebbero essere i rapporti tra un pastore e la sua comunità ?

Dopo essercela presa mille e più volte contro l'inumana politicizzazione dell'Islam perché dovremmo trovare fuori luogo che esso si interroghi su ... cerchi strumenti di comprensione della ... realtà (culturale, sociale, emotiva, politica) nella quale si trova ad operare per accordare ad essa la sua azione ? Cosa ne diresti se la risposta fosse diversa da quella che tutti ci aspettiamo ?

Infine credo tu non abbia colto quanto intendevo dire sulle elezioni. Ovviamente nulla dobbiamo alla "democrazia" né nulla hanno a che fare gli strumenti posti nei primi secoli per la scelta dei diaconi con opzioni di tipo politico. Semmai con la realtà di quelle comunità all'interno delle quali poteva sembrare in un certo modo "indifferente" la scelta di chi si doveva occupare di amministrare i sacramenti, o perlomeno comunità all'interno delle quali qualunque scelta venisse operata sarebbe stata comunque vissuta e compresa come una scelta dello Spirito. Una realtà credo io che se ci credessimo davvero ... 

12
20 Ago 2010
alle 16:34

alieno

Caro Charles Darwin: per ancora miglior chiarezza di come la vedo:

non ho nulla contro i reality, la tv, internet, né per reality per imam o fantasticando, nominar vescovi da far uscire.

Anzi, tanto per sorridere, pensa un po' la scenetta:

Giacomo Babini (vescovo di Grosseto citato volentieri ultimamente da Pontifex):

SEI STATO NOMINATO! ^_^

Tuttavia, ironia a parte, già così fantasticando, viene suggerito un aspetto della riflessione:

non sempre le scelte più adeguate e giuste,

sono scelte popolari, anzi, come sai, accade spesso il contrario, che siano decisioni impopolari, parole scomode..

Perché non solo ai cristiani, ma allo stesso Cristo, il reality del tempo ci fu:

GESU' DI NAZARETH: SEI STATO NOMINATO.

Vince BARABBBAAAAAA!

:-)

E' sempre facile ingannarsi in conclusioni affrettate, ma talvolta, spendendo un po' di tempo per far emergere e decantare certe riflessioni, emergono dati e collegamenti che alla prima occhiata sono sfuggit;i e la decisione, il pensiero che ci sono sembrati più giusti, poi successivamente, non ci sembra più così convintamente la migliore in effetti.. :-)

Sono certo che anche nelle prime comunità che tu citi, immaginando una base elettiva di tipo democratico a decidere, abbia visto, è ragionevolmente, logicamente prevedibile, maggioranze e minoranze, le ultime meno contente e gratificate dalla scelta, poi avendo avuto motivo di scoprire che ne era valsa la pena oppure consolidando l'idea che era meglio un'altra figura.

D'altra parte, che l'idea debba essere la scelta più consona ed azzeccata, è solo un'ipotesi e senz'altro in conflitto, fin dalle radici con l'apprendere che beh, la consultazione dal basso, come dicevo, produsse un Barabba libero, per acclamazione (oggi potrebbe essere televoto del popolo della tv, quanto la sottoscrizione firmaiola del popolo della rete, per dire) e gli stessi apostoli beh,

mica scelti democraticamente, ma con quella che oggi, semplicemente, chiameremmo "raccomandazione" come minimo.

E così, vedendo anche i primi apostoli delegando e raccomandando altri nelle prime comunità, come fiduciari eletti a guida, mi sembra plausibile.

D'altra parte, voglio avventurarmi in un terreno minato, sul tema dello Spirito Santo:

nemmeno l'elezione (affatto democratica) dei 12 Apostoli, fatta da Cristo stesso, alla prima lettura, sembra una perfetta garanzia riguardo alle sensibilità di progetto eccetera, visto che poi, un tale di nome Giuda Iscariota deluse le aspettative dei suoi fratelli e se vogliamo, della comunità.

Rischiamo di perderci se cominciamo a strizzare gli occhi con la pretesa di poter dedurre una conclusione capace in modo specifico e settario, particolare,

finendo per perdere di vista il progetto d'insieme, il disegno più ampio in cui gli eventi ed argomenti specifici vanno collocati.

Perché nel disegno di Dio, comunque c'è e ci deve essere Giuda Iscariota che ci tradisce e delude.

Occorre quell'elemento perché il disegno si realizzi e potendo dedurne, questo il terreno scivoloso, minato che dicevo, che non tutto il mal vien per nuocere, che mi auguro che non debba scivolare in imprudenti conclusioni di sintesi,

tipo che il male in fondo è bene e dunque facciamone a volontà. :-)

Come dicevo, chiarisco che non ho alcuna pregiudiziale contro l'idea di un reality per l'elezione di imam e come ho detto, contro tv, net o quel che si vuole.

Secondo me si rischia facilmente di farci distrarre da falsi problemi, complicando anche cose che possono rivelarsi in una loro semplicità di prinicipio:

per me sono strumenti, possibilità dunque per noi, il cui significato assiologico, com'é per ogni strumento (scienza, tecnologia, politica, tv, la rete..) è derivabile, attivabile e misurabile solo nell'uso che ne facciamo.

Fino all'istante prima, in una condizione di non utilizzo, il valore è neutro.

Anzi, ritengo che si possa individuare anche, in quella mancata opportunità, rinuncia i utilizzo, uno spreco, la rinuncia ad un dono possibile, potendo essere utile all'uomo.

Ma sarà invece il come, il perché, rintracciando anche i mezzi adeguati e quelli da escludere per raggiungere una finalità di progetto o comunque una tensione.

Cioé, in soldoni, sarà importante come sempre, percorrere una riflessione etica per rintracciare l'idea del bene intelligibile e derivarne una concretizzazione (com'é per esempio, la morale) e in base a queste (etica e morale), potremo con più possibilità, perché con più senso della responsabilità da porci,

fare la differenza usando gli strumenti e le opportunità,

sarà questo ad attivarli in modo che quegli strumenti e possibilità, siano leggibili più autenticamente come "doni" o in caso contrario, come "disgrazia".

Quello che certamente non possiamo permetterci, oltre al fatto che tocca assumerci la responsabilità di uso adeguato dei nostri doni affinché non mutino il segno in disgrazia e sventura da maledire come minimo che è più ovvio concetto (e dunque di per sé, già meno pericoloso nella sua migliore comprensibilità), è un subdolo atteggiamento, meno ovvio che ha una sintesi che parrebbe, non a tutti mostri facilmente la sua scelleratezza di principio...

una sintesi che potrebbe essere, per dire:

"tutto ciò che è possibile, è lecito".

"Se è possibile farlo, perché non farlo."

"Tutto ciò che esiste e viene rappresentato, tra uomini ed anche non solo, tra animali e piante, va bene per noi."

E volendo, un noto slogan di successo all'insegna della deresponsabilizzazione e propositivo in senso consumistico.

"vietato vietare", direi l'estrema sintesi di quelli sopra citati, a cui aggiungere, per nascondere sotto il tappeto eventuali incongruenze,

"cultura senza padri"

 e spesso terminando quello slogan in "e senza preti". :-)

Che insomma, sono dei bei pregiudizi piantati lì, collossali e mostruosi proprio da chi magari, voleva farsi promotore del crollo di pregiudizi precedenti:

 sì, come no, ma con scellerata sintesi e percorso aberrante a porne di nuovi al loro posto, ancora più robusti e massicci.

Per me la questione del reality religioso per l'Imam sì o no, è un falso problema.

Le problematiche che dobbiamo porci sono a monte e non a caso, nel primo commento, accennavo a quali potrebbero essere alcuni di questi problemi, altro che il reality in sé.

Uno strumento come altri, più o meno valido, ma insomma, poi il valore, il significato, saremo noi nella nostra scelta etica a mostrarlo, sceglierlo, con più o meno consapevolezza e responsabilità di scelta a fare la differenza, come sempre è quando l'uomo si trova davanti opportunità e strumenti, scelte da fare, in cui per esempio, poter imparare a discernere, a discriminare (ché il discrimine, in sé, è ingiusto consegnarlo in toto al pregiudizio di un'unica accezione negativa, poter distinguere, discriminare, ci è necessario invece e comunque inevitabile).

Equilibrio, consapevolezza e ricerca armonica, prudenza (virtù cardinale oltretutto che proprio un prelato, un pastore, deve sempre ben tener presente)....

In quest'ottica che ti dicevo,

continuerò a scagliarmi polemicamente contro un prelato a mio avviso troppo politicizzato.

Bada bene, dici correttamente e mi congratulo, perché il punto è proprio nell'espressione che tu riporti per capire come la penso: "troppo politicizzato".

Il solo termine "politicizzato" avrebbe rischiato di suggerire una lettura altra.

E' su quel "troppo" invece, che si ha la mia attività polemica e critica. Perché la politica, comunque, per me resta uno strumento, può essere utile, anche sol transitoriamente, a mediare il raggiungimento di un fine individuato buono, perché escluderlo aprioristicamente?

Ma il "troppo", fa scattare un campanello vigile: quello dell'uomo che, più o meno consapevolmente si lascia dominare dallo strumento, si rende schiavo riducendo il suo equilibrio armonico, la sua consapevolezza viene deteriorata o adulterata, la sua responsabilità condizionata da una minore capacità di assumersela lucidamente e prudentemente.

E' il "troppo", lo squilibrio, che in fondo solleva la mia polemica.

Anzi, serenamene, ritengo che sia inevitabile che la Chiesa debba adottare una sua politica, che però, si auspica sia equilibrata, prudente e coerente con la Verità che per missione, deve testimoniare e promuovere tra e con gli uomini.

E qui, se vuoi, possiamo affidarci allo Spirito Santo a volontà.. ;-)

E dove talvolta siamo incerti dinanzi a certe notizie, certo operare, a certe scelte, anche elettive, che ci possono lasciare un po' perplessi, magari affidandoci ad un banalissimo

"che Dio ce la mandi buona", eh. Che è comunque, per quanto da una disposizione e lettura del momento, più pessimista,

un affidarsi a Dio, cioé continuando ad aver fede e con quella, speranza.

Ma, dicevo, mi pare un falso problema tv e reality a scegliere imam.

Perché il vero problema, quello che mi inquieta insomma, è tutt'altro.

Per esempio: nel versetto 4,34, troviamo questo passaggio-istruzione rivolta all'uomo, indicandogli come relazionarsi con la donna:

"Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione (nushuzahunna), lasciatele nei loro letti, battetele (wa-dribuhunna). Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse."

Purtroppo, è fragile la voce, la capacità e la volontà di chi, non tra islamici qualunque, ma tra gli studiosi dell'Islam, vuole arrivare a proporre interpretazioni ragionate capaci di accordarsi con certe sensibilità diverse da mille anni fa (intorno alla donna, ma non solo, per dirne una) e temo che tali voci resteranno poche, poco apprezzabili anche in un reality, fragili perché mi sembra che sia proprio il Corano e la fede islamica così come è strutturato nel suo sistema e complesso, ad offrirne possibilità.

Perchè tanto più si prova a rispettare la fedeltà (dunque, volendo, a testimoniare una fede coerente), tanto più l'interpretazione ragionata degli studiosi si trova in difficoltà e non credo che sia per altro che assistiamo storicamente, alla marginalizzazione di modi di leggere il Corano e di interpretare la fede in modo più sereno, più civile, più sensibile ed adeguato, vedendo la costante riaffermazione e l'espansione della lettura più coerente invece.

Quella coerenza che consuma, si espande e conquista anche lo spazio in cui per un po', si produce quello che per comoda nostra definizione indichiamo come Islam "moderato".

Ma comodità a parte, a ben vedere, sembra soltanto islam più incoerente, meno fedele, sembra insomma, meno islam detta in soldoni.

Il problema allora non è il reality. A questi giovanissimi e rampanti futuri imam, possiamo chiedere come interpretano il Corano su passaggi come quelli che considerano la donna come una schiava, un oggetto, eventualmente da ripudiare, scacciare o battere e ho seri dubbi che un imam che risponda con una lettura "infedele" (anche se a noi piacerebbe tanto perché ci sembrerebbe moderata: dunque l'Islam va moderato perché è eccessivo, si potrebbe dire?), riscuoterebbe un consenso plebiscitario dei credenti Allah.

Che dire poi della Taqiyya, il concetto islamico di Al-Taquiyah per infiltrare e distruggere i paesi Kafir, garantendogli dispensa per poter nascondere la propria fede, dissimularla, addirittura tralasciare i doveri religiosi ordinari...

si narra che il primo fu Muhammad, il profeta stesso a metterlo in pratica come esempio e testimonianza anche per l'oggi, ne consegue, quando ha deciso di effettuare la Hijrah.

Ed anche che la pratica è piaciuta in particolar modo alla componente sciita (quella dell'Iran Khomeinista, oggi Khamenei a tirare i fili  e volto politico di Ahmadinejad per intendersi).

Quale pratica? Infiltrarsi anche con l'inganno, la menzogna utile alla causa, anche nascondendo il proprio progetto-dovere, la propria fede, la pratica nei doveri religiosi allo copo di danneggiare, conquistare o distruggere con l'infiltrazione il Dar-ul-Harb, che significa "la casa della guerra" che è, in sostanza, l'insieme di tutti i paesi non Islamici del mondo.

Dunque insediandosi nelle città, nei luoghi vitali nemici, tra loro, mimetizzati, dietro le linee "nemiche", dentro le linee nemiche del Corano (e nemico in sostanza è tutto ciò che non si sottomette), seminando divisione, discordia, destabilizzando, confondendolo.

Possono alla prima lettura essere scambiati perfino per apostati, ma in realtà vanno considerti a tutti gli effetti, al contrario, come coraggiosi e determinati mujaheddin, vista l'efficacia riconosciuta di questo modo di fiaccare la resistenza del nemico.

In definitiva, Taqiya significa mentire nell'interesse dell'Islam, a danno dei miscredenti, per incoraggiar conversioni e confondere gli altri, dividendoli ed indebolendoli.

Ma anche qui, chissà se poi, avrebbe consenso plebiscitario un giovane imam ad un reality che prende le distanze da questo aspetto dell'Islam, ho seri dubbi ed è più probabile che si glissi sugli argomenti più scomodi.

Lo usiamo ed abusiamo spesso questo termine, "moderato" riferendoci all'Islam che ci è più congeniale, suggerendo come i fanatici e cattivoni ci sono in ogni rappresentazione religiosa, politico-idelogica, tifoseria sportiva o a briglia sciolta..

Però, talvolta sembra proprio un tentativo ambiguo di farcelo accettare di buon grado per forza un espansionismo islamico o comunque, di farlo passare come qualcosa di rassicurante ed innocuo.

Ma è davvero così? E' questo il punto, non il reality.

Intanto, mentre si straparla di Islam moderato, bisognerebbe riflettere su cosa stiamo dicendo: come si misura questa moderazione?

Per dire: se non promuovo e finanzio e sostengo moralmente l'attività terroristica, il Jhad, ma legittimo il battere le donne, uccidere o flagellare adultere, apostati eccetera,

rientro sempre nella definizione di questo insieme che a me appare un po' astratto e confuso, Islam "moderato"?

E poi, mi viene in mente: dunque l'Islam, perciò Corano, testimonianza stessa dell'islamico perfetto, Muhammad il Profeta, vanno moderati perché così come sono, non sono giusti e buoni, adeguati ed innocui?

E fin dove può spingersi nella possibilità un tentativo di studiosi (mai riuscito bene risulta, ma sempre perdente, tu guarda) islamici, nell'interpretazione ragionata senza discostarsi dalla fedeltà con il testo coranico? Alla fine, definendo lo spazio di manovra, che cosa mai possiamo ottenere esattamente, dall'Islam, premesso che Islam resti e non diventi altro ed allora beh, è facile aver più spazio..?

Interpretazione ragionata, per esempio, secondo me nel Corano incontrano oggettive difficoltà, sia nella natura (rivelata direttamente da Allah, dunque premettendo immutabilità, non negoziabilità se non si vuole incorrere nella pretesa di contestare lo stesso Allah), sia in tanti, troppi suoi versetti.

Ma per sua natura, ne basterebbe uno solo a fronte di altri di diversa proposta a creare difficoltà, comunque, metti il versetto che si trova nel Corano 4:89, fatico a credere che possa produrre armioniosa convivenza, pacifica relazione e disposizione e tanto meno reciprocità, integrazione, a meno di non essere noi ad integrarci, sottometterci:

"Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. NON SCEGLIETEVI AMICI TRA LORO, finché non emigrano per la causa di Allah. MA SE VI VOLGONO LE SPALLE, ALLORA AFFERRATELI E UCCIDETELI OVUNQUE LI TROVIATE. NON SCEGLIETVI TA LORO NE' AMICI NE' ALLEATI."

Ora, io non dico tanto, ma un imam che si propone in un reality, può arrivare ad aver consenso presso tribuna televisiva in una lettura infedele con il Corano stesso?

Se la platea a dare televoto è credente e fervente, beh, fatico a credere che l'Imam rinneghi versetti simili oppure, dimostri sua bravura e preparazione, poi però spiegando che Allah stava scherzando, non diceva sul serio, l'Islam è, invece, scherzi di Allah a parte, pace, amore e tanta musica come ai bei tempi dei figli dei fiori, fate l'amore e non la guerra..

Così, presumo, accada incontrando questo versetto:

"Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati "(Corano 8:60).

Terrorizzare, già. Perché in fondo, risulta che l'attività e la volontà del terrorismo con cui dobbiamo fare i conti in ogni continente, nostro compreso, trovi una coerenza nel corano stesso.

Magari un'interpretazione ragionata, potrà dirci che non è che bisogna fare interpretazione rigida, bisogna ragionare invece: anche se non son cavalli, ma bombe, missili nucleari o aerei dirottati beh, è ovvio che il senso non cambia, non cambia il fine, quello di "terrorizzare il nemico di Allah", non è che bisogna incaponirsi in modo testardo sulla lettura letterale.

Anche perché di cavalli addestrati per tirar giù torri gemelle o far saltare in aria mezzi e uomini dell'unifil, ne servirebbero, credo troppi.

Ma un giovane imam preparato, ad un reality, per aver consenso di credenti e fedeli coerenti, che possibilità ha in questo caso?

Si eviterà l'argomento come linea prestabilita dalla trasmissione stessa, che non sta bene parlar di queste faccende coraniche così, davanti a tutti, infedeli e miscredenti compresi?

Oppure si riconoscerà l'autenticità del libro, il Corano, restando fedeli alla proposta, al messaggio, all'ispirazione che continuamente evoca nella continua recitazione che ogni islamico deve proporsi come credente?

Per esempio, sempre sui miscredenti, infedeli,

ancora un versetto:

"Uccideteli ovunque li incontriate e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti." (Corano 2.191).

Quante le possibilità di manovra per uno studioso islamico che si proponga interpretazione ragionata, senza arrivare all'infedeltà del testo addirittura?

"I credenti non prendano amici tra i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro" (C. 3.28)

"Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversine per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva? Allah sa e voi non sapete" (Corano 2.216)

"Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi!" (Corano 8:12)

Il terrorismo ricorre spesso nel corano come idea..

E per chi possa avere magari qualche momento di dubbio, quello che chiameremmo, scrupolo di coscienza a riguardo, viene magari in soccorso questo:

"NON SIETE CERTO VOI CHE LI AVETE UCCISI: E' ALLAH CHE LI HA UCCISI. Quando tiravi non eri tu che tiravi, ma era Allah che tirava, per provare i credenti con bella prova. In verità Allah tutto ascolta e conosce" (Corano 8:17)

Questo è senz'altro un versetto da tenere fuori della portata di alcuni giudici e tribunali sempre pronti a dar prova di straordinarie interpretazioni arbitrali, dove il terrorista insomma, è una vittima, un compagno che sbaglia si potrebbe dire, ma non è cattivo, è che lo dipingono così..

E con questo versetto, figurati, non deve nemmeno dribblare faticosamente nell'arrampicata sugli specchi spiegando che in fondo, è solo la sua cultura ad avergli suggerito il comportamento in giudizio e non vorremo mica dire che ci siano culture meno degne di altre, meno meritevoli, dobbiamo essere relativisti, illuminati e promuovere il multiculturalismo no? Ed alla peggio, anche un terrorista, in fondo, è solo un partigiano, uno della resistenza, che male fa.. basta cambiare prospettiva.

Ma con quel versetto, un magistrato può anche aver prova aggiunta: non è mica lui che ha ucciso, è Allah. Non era lui che tirava, è Allah e dunque, vorremo mica condannare qualcuno solo perché qualcun altro è morto ammazzato?

Ed insomma, la teoria è lunga, lunghissima e non prelude a scenari sereni di convivenza pacifica e serena tra i popoli.

"Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che no vietano quello che Allah e il Suo messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati" (Corano 9:29)

A qualcuno piace assai l'idea che siamo in fondo, tutti fratelli di fede. Ma un tubo. A me sembra un'altra fede dove non si è affatto tutti fratelli,

salvo fatta la possibilità che si ipotizzi una fratellanza poco serena come quella proposta da Caino ed allora, beh, siamo tutti fratelli, anche di fede in effetti, ma non mi rassicura.

Non mi sembra che il vero problema o la questione interessante da porci, sia il fatto che ci sia un reality religioso per l'Imam.

Anzi, sembra suggerire una distrazione e forse, anche una inconsapevole minimizzazione di quali siano i veri problemi da porci prioritariamente.

E che sia complicato, incauto, imprudente pronunciarci sulla questione del reality per gli imam,

se prima non abbiamo idea di cosa sia l'Islam, se non lo conosciamo, finiremmo per parlare altrimenti, del nulla, a caso e prevedibilmente, con un margine, una probabilità di errore così alto che nemmen varrebbe la pena di parlarne davvero.

Non giriamoci intorno, prima o poi dobbiamo fare i conti con l'Islam e noi siamo già nel "poi" da un pezzo.

L'immagine del reality è perfino rassicurante. Perché in qualche modo, ci suggerisce l'idea di felici famiglie serene come tante che immaginiamo sul divano a casa, a guardare un programma tv nostrano, tra snack, litigi tra bambini e posture svaccate, risate o uno che russa nel frattempo stramazzato e rassegnato al programma deciso da altri ma...

è immagine che ci traduce in una probabile illusione: qui non stiamo parlando di xfactor, isola dei famosi, stasera si balla o c'è posta per te..

stiamo parlando di Islam. E non sappiamo, molti di noi, non hanno una decente conoscenza di cosa sia, cosa comporti, cosa suggerisca, favorisca, promuova, costruisca.

Ragionando con uno schema "occidentale" de noantri, possiamo ipotizzare che vinca il più cretino, ma più bellino, la più oca ma più bonazza oppure la più strana, originale o quel che si vuole ma

se pensiamo ad un reality dove lo sfondo è l'Islam, mica un concorso canoro o di bellezza o una rimpatriata tra ex amori o parenti, Islam, Corano ed Imam, chiedo,

sappiamo di cosa stiamo parlando, o parliamo tanto per parlare?

Perché beh, allora la lunga di versetti (certo io non ho citato tutti quelli imbarazzanti o scomodi o inquietanti eh), non è importante prenderla in considerazione, certamente, basta barrare la casella del test come sempre si continua a proporre, in modo irragionevole, nella sintesi estrema:

minareti sì

minareti no, barrare la casella e se è la seconda sei un razzista.

Moschee sì, moschee no e se barri la seconda, sei cattivo dentro.

Possiamo ragionare sul parroco, magari, sapendo di più.

Beh, ma il problema come al solito, non è lo strumento di per sè, la tv. E' attendibile la preparazione votata da casa come si fosse a San Remo?

Una selezione, una scelta popolare è necessariamente migliore, più adeguata?

Se sì, magari è per dire Barabba libero,

ma la teoria di cristiani perseguitati, martiri e linciati a furor di plebiscitario odio, che a far verifica, democraticamente ineccepibile,

a me suggeriscono di essere più prudene sul merito.

A.

11
19 Ago 2010
alle 19:57

Charles Darwin

Dici bene Alieno, penso anch'io che i meccanismi della politica o del circo mediatico abbiano poco a che fare con la vita della Chiesa: tocca credere nello Spirito Santo. L'elezione dei Diaconi e dei Vescovi funzionava bene nelle comunità dei primi secoli, che erano comunità fortemente carismatiche in cui ognuno sapeva di aver ricevuto dallo Spirito Santo un dono spirituale, un carisma che dev'essere usato per edificare un corpo in cui tutte le membra collaborano. Vedi un pò come questo funzionasse in una società quanto più accentrata nel potere civile. Credo che il tutto sia andato in crisi proprio quando il potere civile (nel medioevo) ha sfruttato questa sorta di vuoto nel "potere" ecclesiastico per imporre vescovi laici di nomina imperiale (!)

Non intendevo certo suggerire un ritorno alle comunità apostoliche, purtroppo del tutto inattuabile. Intendevo invece suggerire che la trovata del reality potrebbe essere un meccanismo per quanto del tutto grezzo e forse anche volgare in una società radicalmente diversa dalla nostra per monitorare la sensibilità ed i bisogni di una comunità. Spero bene (sono più che certo) che i nostri vescovi abbiano ben altri mezzi e capacità per "tastare il polso", ma credo anche che il problema della trasparenza sia reale e meriti attenzione. Quante volte ti sei scagliato contro questo o quel prelato a tuo avviso troppo politicizzato ? Eppure ammettiamolo, in realtà non conosciamo il loro lavoro né il contesto in cui operano (i loro vescovi sicuramente meglio di noi).

10
19 Ago 2010
alle 18:30

alieno

Provocazione intelligente e stimolante la tua, Charles Darwin, come sempre. :-)E come sempre, ne resto piacevolmente contento, nel poter proporre un collaudo, una verifica nella riflessione sul principio, mettendolo alla prova in modo esteso, altrove applicandolo, per testarne la validità in un certo senso.Dunque, tu scrivi:Meglio un reality o un vescovo che talora percepiamo come estraneo e (forse) nemmeno ci conosce ?Sono rimasto affascinato da quell'uso del termine così contestualizzato: "ESTRANEO".Alieno, estraneo, non facente parte della comunità, sconosciuto o anche, non conoscente la comunità in modo adeguato, rendendo inadeguata la sua idoneità. ^_^Quante volte abbiamo occasione, non è vero? Di dover confrontarci con il termine "estraneo" legato a mille contestualizzazioni: clandestino, immigrato, extra-comunitario, non integrato, diversità e distanza dall'identità ed adesione valoriale, culturale...

Ma, attenzione! Qui, parrebbe proprio che "estraneo" sia inevitabilmente, salvo eccezione, in un'accezione riduttiva, in una naturale declinazione negativa, quando in altro contesto, beh, l’estraneità, la distanza di sensibilità, di cultura: è tutto un fiorire di aperture illuminate nello spendersi per non volerla "discriminante" quell'estraneità ed anzi, prodigioso arricchimento.

In soldoni, nella sintesi che l’estraneità alla comunità farà bene, sarà cosa giusta, bella e buona.

Insomma, è curioso (affatto, ma facciam conto sia così), ma sembrano in azione due principi ben più che differenti, ma opponibili, antitetici applicati, mica lo stesso principio intorno all’estraneità, non è vero?

Da una parte l'estraneo, in poche parole, è un bene, in altro contesto ed occasione, toh, non è bello, non è giusto, in definitiva la scelta peggiore o comunque, non la migliore, la più adeguata e rassicurante? :-)))

Mi auguro che si colga nella mia provocazione-riflessione il tono ironico e sereno, senza interpretazione arbitrariamente declinante eccessi ed esagerazioni.. capito Charles D.?

Non lasciarti trasportare e condizionare dalla eventuale tentazione di  vedere ciò che non c’è.

Perciò: ipotizziamo che talora, il vescovo eletto nel metodo ortodosso così come attualmente vien fatto, in realtà andando a contare i consensi, abbia una fiducia elettiva di minoranza e la "comunità" invece, delegherebbe quel ruolo fiduciario e rappresentativo ad altro soggetto.

Un’elezione diretta, di tipo democratico, dove insomma, è la maggioranza a decidere, produrrebbe un probabile esito diverso.Ritorno un attimo a ciò che leggo al commento stimolante:“(..) lo strumento sarà anche incredibilmente grezzo ed inadeguato ma non mi sembra così peregrina l'idea che la cultura, sensibilità, problematiche che una comunità esprime concorrano alla scelta del suo pastore.”

Sembra proprio essere una proposta di democrazia dal basso, dove si enfatizza il valore di chi, per cultura, sensibilità, problematiche, è più attiguo, più prossimo, percepito come più adeguato per raccoglierle quelle sensibilità, problematiche, quella cultura (quell’identità, quelle priorità..), in una reciproca riconoscibilità che è motivo di fiducia di ruolo..

 per aver titolo, insomma, hanno peso specifico le condivise appartenenze di sensibilità, cultura, delle problematiche inerenti le istanze della comunità.E con buona pace di minoranze (di estranei anche), sembra proprio in sintesi, l'immagine di una democrazia dove la maggioranza è legittima a  riconoscersi e riconoscere il diritto, la bontà, la giustizia di esprimersi e decidere per la “comunità”.

Qui, volendo, è facile estendere ancora la riflessione sul principio, che detto chiaramente, è un principio assolutamente, squisitamente di natura “politica”, trae origine proprio da quel solco culturale e storico delle polis dove si concettualizza che tocca al demos, il popolo, la responsabilità elettiva e fiduciaria.

Così, andando oltre alla questione nella lettura anche questa molto attuale, di estranei-clandestini-immigrati con diversa sensibilità, cultura ed attenta ad istanze-problematiche altre che quelle comunitarie,

volendo, si arriva per associazione di idee, a pensare allo scenario politico molto particolare attuale, dove una parte della comunità dei cittadini ed aventi diritto al voto, rivendica il diritto di scegliersi premier, cioè una guida indicata in modo democratico, per quanto non guida pastorale in senso religioso, ma comunque guida, politica guida, delegata con fiducia per il Paese, da legittimare con mandato di fiducia per maggioranza, vinca il migliore.

 Sarà per alcuni che hanno proposte salottiere ed elitarie, principio rozzo da superare in barba alla plebaglia, ma insomma, è esattamente ciò che una parte costituzionalmente sancita come unica fonte legittima e legittimante (la sovranità del popolo della Costituzione, è il PRIMO principio non a caso espresso, è il preambolo su cui articolare il seguito, su cui incardinare tutto il resto, un fondamentale principio da tener presente), sarà principio scomodo per chi non ha incassato vittoria di quell’espressione di sovranità popolare, dunque minoranza, ma si comprenderà che non è che la democrazia sia bella cosa e valida sol quando si vince e quando si perde, invece va superata, è dittatura democratica, occorrono comitati di liberazione a ridisegnare legittimità, fregandosene della volgar plebe e congegnando un progetto di tipo eversivo o giù di lì per forzare a qualunque costo un risultato altro, un preteso governo di unità nazionale che però, tutto sarebbe tranne che unità nazionale, ammesso che mai sia esistita davvero un’unità nazionale anche dalla caduta del fascismo e la fine della guerra (a me sembra che in fondo, abbiam potuto vedere in passato, unità nazionali solo per tifar nazionali di calcio, ma poi il clima è sempre stato volutamente mantenuto come quello di una guerra civile permanente invece ed oggi, perfino quando gioca la nazionale, l’unità non c’è, si tifa per questa perché non è occidentale, quest’altra perché è vicina ad ideologie prossime alle proprie, quest’altra ancora perché è politicamente corretto farlo, addirittura per motivi razziali, perché “neri” e così via, altro che unità nazionale: nemmeno per le cose più impensabili l’unità è così solida!).

Eppure, da 16 anni si contesta quest'idea piuttosto marcatamente (si va dal partito di plastica, alla politica appunto, allarmisticamente o ridondantemente descritta come ridotta ad evento mediatico-televisivo, tipo reality appunto), criticandone la rozzezza, l'inadeguatezza, ma allora potremmo dire che comunque, non è un'idea peregrina? Non è sbagliato che sia la comunità stessa a scegliersi guida, a dare fiducia, secondo propria sensibilità e individuazione di chi merita fiducia maggiore per accogliere sensibilità e priorità della comunità?

Vediamo insomma, di spiegarci come funziona questo principio, a meno che non si voglia proporlo a singhiozzo, ora valido, ora inadeguato e superabile invece, per non dir di peggio.

Non so quanto l'idea di un sistema democratico sia questione propria ed opportuna quando parliamo di fede, di Chiesa, di religione ….

ma senz'altro trova ortodossa collocazione in una riflessione politica, perché è un principio politico senza ombra di dubbio, è il suo contesto naturale quel principio nella riflessione.

E' opportuno estendere principi politici anche alla riflessione sulla Chiesa? E’ questo che stiamo dicendo? Sistemi e riferimenti, principi politici per la Chiesa, adeguandola “politicamente”?

E che ne facciamo allora, di quei lamentosi e continuate contestazione di invadenza politica in merito alle faccende di Chiesa? Perché a ben vedere, c’è da sosprendersi di veder gli stessi interlocutori a fare entrambe le cose: la Chiesa non deve sconfinare ed invadere il proprio terreno e spazio, contaminandola di politica e poi, però, va bene l’istanza perché si adegui a principi clamorosamente di natura politica? ;-)

Qualcosa non quaglia, i torni non contano, non mi pare un operare che non fa una griglia..Non saprei, ma senz'altro, mi presto al dibattito, al dialogo se si vuole, in questa direzione: adottare riferimenti e principi politici e portarli nella Chiesa, parliamone pure, serenamente e civilmente.Però, resta il fatto che emergono curiose incongruenze quando ora si sublima l'idea di continguità di cultura e sensibilità, di problematiche comunitarie, suggerendo che l'estraneità, la non integrazione comunitaria, la non appartenenza, è un limite per non dir un abuso, un'ingiustizia, ora invece in altro ambito, voilà, si afferma l'esatto contrario:spalanchiamo le porte all'estraneo, ci farà bene, decidano le minoranze come meglio credono in dispetto della maggioranza, la comunanza di valori, di sensibilità, di priorità,  non conta nulla, parlar di comuni sensibilità e culture, anzi, è un'idea meschina..??? :-)Forse sarà bene parlarne ancora di questo principio allora, in modo ampio, senza il solito confinamento col paraocchi nel volerla riflessione solo a compartimenti stagni e non comunicanti, modus operandi che confonde non poco, fa emergere strane incoerenze e, questo dispiace, finisce perfino per suggerire in alcuni casi, che si abbia davanti il solito esercizio di doppia morale quando si parla di principi che, beh, non ha alla fine, una devastante capacità di convincimento, persuasiva, lascia troppe ambiguità, ombre.Cose già viste e sentite, in quelle proposizioni di incoerenze, secondo me anche grossolane.

Fai conto, senza entrar nel merito, rilevo solo il dato:

per anni ed anni, si sente tanta polemica e critica, quando non allarmismo e disprezzo feroce, per una cultura mediatico-televisiva, come strumento improprio che produrrebbe un popolo della tv-zombie o fanatico, alla peggio idiota, popolo della televisione o dei suoi contenuti che si voglia, da screditare e delegittimare in modo anche massimalista, popolo della tv che meglio sarebbe se nemmeno votasse, è perfino pericoloso nella sua nocività per dire

 e poi, al contempo si deve veder crescere, spesso dagli stessi, la proposta che il vero popolo legittimo, autentico e rappresentativo, debba essere il popolo della rete..??? :-))

Credo che tutto sommato, c’è una vena di comicità inconsapevole che emerge mettendo insieme nell’osservazione, alcuni dati.

Forse dando per ovvio che la tv, di per sé, sia uno strano ordigno infernale, opera del demonio che annichilisce la mente e la capacità di giudizio delle persone, roba da esorcista come minimo, mentre per carità,

 il net, la rete, è terra consacrata, lì c’è la mano di Dio, con tanto di bollino di garanzia, attività e strumento immacolato,

dove non esiste alcuna possibilità di condizionamento, trasformando menti in soggetti paranoici, pericolosi, meschini, zombies o idioti cronici, ma nemmeno esiste nel net menzogna o perversione, altro che tv, opera di satana,

la rete sì che è l'eden perduto dove gli esseri umani sono senza macchia e paura, senza ambiguità e falsità, dove impera l'innocenza e la purezza, dove ogni uomo è privo di malizia naturalmente, incapace di far male agli altri, dove gli uomini non si ammalano come con la tv di ogni forma di patologia e contagio di dimensione sociale, macché: la rete è il paradiso dei giusti, anche i bambini lo sanno che è la tv la vera minaccia con il preteso popolo della tv allegato come risulta, mentre sulla rete, possono andare ad occhi chiusi e prendere caramelle dagli

estranei.

Dunque abbasso il popolo della tv, viva il popolo della rete. Sono due razze diverse, parrebbe, di uomini, il primo adoratore del demonio o succube, l’altro, il popolo della rete, è il popolo divinamente eletto, autentico, affidabile, possiamo stare tanto tanto tranquilli eh.

Mah!Provocazione ed ironia a parte, spero di aver suggerito in qualcuno, almeno in uno passando qui per caso oggi o tra anni, (e tanto mi basterebbe) quanto sia importante non confinare le riflessioni in modo settario, sezionando la possibilità di ragione e di giudizio, magari per tentare di rintracciare buoni principi da adottare e di allargare sempre questa capacità in modo inclusivo, capace di vedere in modo più ampio, elastico, più adeguato per comprendere meglio progetti e disegni nel loro insieme possibile.Speranza, naturalmente, senza pretese, speranza in un dialogo civile, adulto, senza sconfinare in altri luoghi ed intenti.Buona serata.E grazie CD: sempre un piacere leggerti, ciò che scrivi èper me,  sempre una gradita opportunità di riflessione. :-)A.

 

 

 

9
19 Ago 2010
alle 16:48

Fabrizio

Bè, il lato positivo è che non ce lo vedo proprio, un appassionato di TV spazzatura, a legarsi in vita dieci candelotti di tritolo e farsi saltare a un posto di blocco. Banalità e fanatismo hanno una convivenza difficile :)

8
19 Ago 2010
alle 10:29

Charles Darwin

Meglio un reality o un vescovo che talora percepiamo come estraneo e (forse) nemmeno ci conosce ?

Provocazione a parte, lo strumento sarà anche incredibilmente grezzo ed inadeguato ma non mi sembra così peregrina l'idea che la cultura, sensibilità, problematiche che una comunità esprime concorrano alla scelta del suo pastore. Ne so poco ma credo che nei primi secoli i ministri del culto fossero eletti all'interno delle comunità.

7
16 Ago 2010
alle 17:47

Donato

400 d.C. scusate!

6
16 Ago 2010
alle 17:46

Donato

Ciao a tutti, scusatemi ma dico la mia:a volte vorrei fare come San Benedetto(e sono sincero)che appena mise i piedi nella società si ritrasse in solitudine,avendo visto Roma(parliamo del 400 a.C.)e le immoralità evidenti.Quali provvedimenti adotterebbe se vedesse questa epoca?

Perdonatemi se non parlo dell'isam che è il tema di Don Padrini,ma l'islam può essere pesato solo all'interno di una riflessione sull' immoralità di questa epoca.

5
01 Ago 2010
alle 22:28

alieno

Manuela,

non lo so se basti avere un po' di carisma come ipotizzi.

Non sottovaluterei però il termine "carisma", che è un dono potente da usare, potentissimo ed è bene usarlo a fin di .. bene, perché può diventare micidiale "arma" di sofferenza, dolore ed errore tra gli uomini..

e non solo relativamente alla religione, sia chiaro.

Per quanto ne so, ci sono Imam più o meno preparati e capaci.

L'Imam è una guida morale o spirituale di una comunità islamica o un devoto esperto nelle procedure rituali obbligatorie della preghiera, dei canoni del culto.

Guida e capo di una comunità islamica, l'Imam, che dunque è anche relativa alle capacità e possibilità di quella comunità: magari lì non ci sono figure ritenute più idonee.

Altro discorso sarebbe, se si parlasse, anziché di Imam, di Ulema, che appunto, sono proprio i "dotti" musslmani, i sapienti ed i saggi più preparati in quella conoscenza della volontà di Allah. Con la figura degli Ulema, più specificatamente abbiamo certezza che alle spalle c'è una lunga ed attenta preparazione,

con gli Imam, beh, dipende, spesso sono quasi improvvisati o scelti in condizioni contingenti, eletti provvisoriamente per una comunità..

In linea generale, però, mi sono fatto l'idea che la conoscenza del Corano tra coloro che praticano il culto dell'Islam, sia per esempio, più diffusa di quanto possa esserlo Vangelo ed altro nella cristianità.

Anche perché su questo punto, l'Islam insiste in modo particolare: l'Islamico deve recitare il Corano ed averne padronanza e conoscenza, se si può, anche piuttosto presto, mandandolo anche a memoria, ma soprattutto deve al più presto avere padronanza del testo nella lingua originale, l'arabo,

perché la traduzione in altra lingua, sì, può essere strumentale per avvicinare i neofiti al Corano, ma il Corano deve essere recitato in arabo, non muta, non cambia, è la forma rivelata sul capo di Maometto, discende così direttamente da Allah (con l'aiutino dell'assistente di "sostegno" dell'arcangelo Gabriele, perché parrebbe che Maometto non fosse molto alfabetizzato) oppure, si dovrebbe dire, il Corano è sempre stato, come Allah,

non è che nasce con Maometto, era già il Corano (perchè nella lettura islamica è il racconto della Verità), è solo rivelato con Maometto agli uomini, ciò che già è.

Questi aspetti dell'Islam, che dovrebbero essere meglio conosciuti da tutti e da tempo, visto che ancora mi capita di sentire idee vagheggianti e fantasiose (pro o contro naturalmente), creano effettivamente alcune dinamiche riguardo alla possibilità di "integrazione" e di adeguamento anche, alle esigenze ed alle sensibilità che nell'uomo mutano.

Ma il Corano è strutturato per definizione, in modo molto rigido, non si presta (non c'è per esempio, tutto quello spazio di "negoziazione" offerto nella natura del Vangelo, che non è scritto da Gesù stesso per esempio, di Suo pugno, che spesso ha un percorso interpretativo e di sovrapposizione di spazi interpretativi anche nella trasposizione linguistica), non è assolutamente facile un adeguamento ai "tempi" (non ne faccio una questione di merito, per dire se è giusto o meno adeguarsi ai tempi, parlo della struttura, delle condizioni che in quella natura diventano pregiudiziali relativamente alla possibilità di farlo, volendo anche farlo).

Significa che tra devoti, imam ed ulema, Manuela, spesso è quello che pregiudizialmente tenderemmo in un'idea astratta o vaga del Corano a definire come "ignorante" essere in realtà il più coerente con il Corano, la cui lettura formale e sostanziale, aderiscono nella perfezione con ben poco margine di spazio arbitrale..

Ed il Corano è un testo dannatamente scrupoloso e preciso nell'interessarsi ad ogni aspetto e dimensione della vita umana: privato, intimo, pubblico, sociale, militare, giuridico, economico..

Definire il Corano solo testo religioso, sarebbe assai riduttivo. anche se ci viene da definirlo così dal nostro punto di vista di primo acchito; e del resto, dal Corano è assai difficile far fiorire ed attecchire una lettura di principi laici infatti.

Ma in generale, mi sono fatto l'idea che la conoscenza del Corano sia più incentivata e promossa nell'Islam di quanto possa esserlo il Vangelo o tantomeno, l'intera Bibbia per un cristiano, nell'insieme.

Ci sarebbero molti argomenti a sostegno di questa mia idea, a spiegarne il motivo, ma in generale no, penso che il carisma abbia come sempre tra gli uomini, un gran peso e del resto, il "carisma" è per certi misterioso ai nostri occhi nei suoi meccanismi (la contrapposizione di personaggi mitissimi ed altri violentissimi, altri difficilmente collocabili, lasciano perplessi: Gandhi è un uomo di carisma. Gesù lo fu senz'altro, ma poi dobbiamo prendere in considerazione che ci sono personaggi come Hitler e si spariglia la riflessione ottimista ed allegra),

ma credo che in genere, per essere imam, ci sia alle spalle studio, preparazione, con le inevitabili eccezioni e sfumature intermedie, più preparazione anche perché studio e continua recitazione nell'Islam, sono continuamente promossi, stimolati.

Poi vabbé, si sta parlando sempre di uomini: abbiamo impreparati in ogni ambito, perfino come docenti a scuola, non si scappa.

Ho il sospetto, insomma, che in una fantasiosa competizione tra cristiani e musulmani, stile giochi senza frontiere a suon di domande sul merito della propria preparazione e formazione,

rischieremmo di vederne delle belle e di prendere non poche batoste.

Addirittura in molte occasioni, mi sono stupito di vedere islamici molto attenti e preparati sulla fede cristiana come non lo sono, ahimé, molti cristiani stessi.

Ed altro indizio a farmela vedere così, è appunto quell'eclissi della percezione, del senso di Dio che in Occidente si osserva da tempo, un occidente in cui lo spazio è sempre più "materiale" e secolarizzato, estremamente dilatato in mille rivoli di relativismo fino a dissolverne del tutto i contenuti e dove in una inquietante estensione, ad occultare la percezione di Dio, è IO, dunque dovendo rispondere solo a soggettivismi, individualismi da relazionare nella rappresentazione di tante verità assolute singolari, una equivalente l'altra, appunto nel relativismo e dove l'appagamento dei bisogno di Io, prevarica ogni altra lettura (il consumismo feroce abbonda in questa lettura di priorità di appagamento materiale o istintuale).

Non lo so se basti una minima conoscenza come fai possibile ipotesi, ma credo che non sia proprio così e per quanto riguarda preparazione, formazione e selezione di preti,

senza dubbio abbiamo occasione di vedere come il Vaticano debba rimboccarsi le maniche dopo decenni di scelte "allegre" a riguardo, assai discutibili, visto che l'inseguimento quantitativo, sembra essere stato a detrimento della qualità nei frutti,

insomma come è capitato sempre ed ovunque dove si è fatto (sistema scuola compreso).

Hanno molto in comune le due religioni: praticamente tutto il complesso vetero-testamentario è in comune.

Il fatto è che Gesù fa la differenza nella mia religione, non è alineabile il significato che porta all'uomo Gesù, mentre nell'Islam è sicuramente "detronizzato" nel suo portato, diventa in sostanza un profeta, un uomo, non c'é più nella sua natura, il "divino" e diventa di fatto, l'annunciatore, il profeta anticipatore di Maometto.

Così "ridotto" cambia tutto, anche se c'è molto in comune, perché è come se l'Islam, rispetto alla lettura cristiana, che porta una determinante e fondamentale differenza tra "prima" e "dopo" cristo (il punto debole della cristianità, in una lettura distaccata, in un'analisi critica, è sempre stata infatti la continuità tra il Dio rappresentato nel vecchio testamento e quello che emerge nel nuovo, nel Vangelo, diciamocelo pure, sembrano facilmente, agli occhi di molte, due divinità diverse per natura ed inclinazione, disposizione verso l'uomo), mentre l'Islam rifiuta quel cambiamento e stabilisce una continuità molto, molto coerente con il vecchio testamento, con il Dio della legge del taglione, volendo concretizzare sull'impatto del messaggio diverso, ma per farlo deve "sacrificare" il ruolo di Cristo, riducendolo a "profeta" e nemmeno il più importante, che è appunto Maometto,

mentre per un cristiano e senza dubbio per un cattolico, Egli è l'atteso Messia (nessuno dopo di Lui), coincide con la divinità, Lui stesso è Via verso il Padre Celeste (Maometto per esempio, non è Via in sé, perché appunto non ha la natura divinizzata, non è Allah, pur restando il prescelto, prediletto, il perfetto islamico riferimento di ogni islamico) e cosette così (tante ce ne sarebbero ancora da dire).

Tante le cose in comune insomma. Ma non sembrano efficaci per "unire", quanto per separare in definitiva, perché gli aspetti non in comune, sono estremamente fondanti, a fare la differenza.

Una differenza che è appunto in Gesù che, in sintesi, stabilisce il nuovo patto di Dio con gli uomini (tanto per cominciare estende a tutti gli uomini e non solo "ebrei", non è mica poco e poi ci spiega delle nuove cosucce, ci insegna, il Maestro, come promuoversi ad un livello superiore, ritenendoci ora pronti per la nuova lezione da apprendere, dunque niente più pallottolieri per farsi idea di giustizia(lismo) per cominciare, si può fare di più, di meglio, il traguardo del "merito" diventa più chiaro e certamente, anche lezione più difficile da mettere in pratica,

ma insomma, anche così si cresce, aumentando le difficoltà, come a scuola.. :-))

Certo: per me è un mistero. Per diventare preti occorre un percorso di studi, ci sono seminari, studio e pratica..

e mi domando allora come è mai stato possibile dover leggere una così diffusa manifestazione di incoerenza nel clero, spesso sfacciata..

poi ci penso meglio e vedo che insomma, ci sono neo-laureati che vanno ai concorsi per diventare futuri avvocati, insegnanti di lettere, ingegneri, un percorso di studi per forza, dall'asilo, alle elementari, scuole medie inferiori, superiori o liceo, università eppure,

che diamine, ti assicuro che per quanto io sia maldestro a scrivere, mediocre ed ignorante (e lo sono, senza falsa modestia), questi laureati fanno degli errori grossolani, sembrano finti ed anche quanto a cultura generale, si resta interdetti.

Mica tutti così, ma troppi. Ecco, deve essere così anche per i preti. Sarà così anche per gli imam.

Poi c'è anche la consapevole scelta di "incoerenza", nononstante preparazione e studio non siano mancati..

sono un caso diverso però.

Ciao,

ogni bene,

A.

4
01 Ago 2010
alle 13:12

Manuela

Dall'articolo capisco che gli Imam non sono come i preti cattolici: per diventare prete bisogna avere un persorso di studi e di impegni alle spalle; per diventare Imam sembra basti avere un po'di carisma e una minima conoscenza del corano. Le due situazioni non sono sovrapponibili, a quanto pare. D'altra parte le due religioni sembra abbiano in comune solo il credere in un Dio creatore, e niente altro. O no?

3
29 Lug 2010
alle 18:36

alieno

perquotono...

come si fa.. :-S

2
29 Lug 2010
alle 18:29

alieno

perquotono...

come si fa.. :-S

1
29 Lug 2010
alle 18:22

alieno

Sono un po' sorpreso di leggere la chiave di lettura del Corriere.

Ci sarebbe quasi da ridere, se non fosse una tragedia inquietante, al passaggio:

Il clamore di «Imam Muda», così si chiama il programma, ha varcato i confini nazionali e ci sono già emittenti televisive in Turchia e in Egitto interessate a riproporre il format ai propri telespettatori (..)

 la pagina ad esso dedicata su Facebook ha raccolto in breve tempo più di 50 mila fan - gli ha fatto guadagnare un lungo articolo sul New York Times.

Anche il seguente passaggio mi lascia perlplesso:

"a quanto pare l'idea non ha creato scandalo nell'ambiente religioso, e nel pubblico al contrario sta davvero creando un fenomeno televisivo e mediatico."

Tra l'altro sono sorpreso perché la notizia, non è vera notizia.

Intanto, non si capisce il motivo per cui dovrebbe esserlo, visto che sul pianeta è in atto un'islamizzazione, dunque l'occupazione di spazi fisici e non, a tappe forzate in un espansionismo che non ha precedenti.

E poi non è nemmeno notizia nel senso di "primizia", visto che la notizia è circolata in Italia già nelle testate net e stampate all'inizio del mese (area liberale, moderata e cdx naturalmente): il Corriere ed altri giungono tardi a quanto pare.

Ma intanto spiego perché la notizia, è una finta notizia, né primizia, né nulla di cui sorprenderci:

La Malesia è da tempo un Paese islamizzato a detrimento di altre realtà di fede e non.

E come accade sempre più vistosamente, è l'Islam a decidere ciò che è lecito, non lecito, utile o non utile, tv compresa o net. Tutto è lecito purché sia coerente con il dettato coranico ed organico e funzionale alla causa islamica.

Ciò non deve stupire se si appronfondisce quale sia la proposta dell'Islam ed il progetto espansionista in corso.

Perciò la tv è uno strumento che va benissimo ed anche il reality in sé vanno bene, telefilm e cinema, sport o videogames e cartoon, purché la ricetta sia coranica.

Qualche giorno fa il sito Uaar, riportava un articoletto in cui il titolo è illuminante:

MALAYSIA, RELIGIOSI CONTRO MAGLIETTE DEL MANCHESTER UNITED: "SONO DIABOLICHE".

Ecco l'articolo:

Le autorità religiose islamiche della Malaysia si sono pronunciate contro le magliette della squadra di calcio inglese del Manchester United, seppure non sia stata emessa una vera e propria fatwa. Secondo i religiosi infatti le magliette sono “peccaminose”, “pericolose”, tali da “glorificare il diavolo” perchè lo stemma della squadra è un diavoletto che tiene in mano un tridente. D’altronde gli stessi giocatori del Manchester United sono chiamati Red Devils, cioè “diavoli rossi”.
Secondo il predicatore Nooh Gadot, se la maglietta è un regalo non va accettata, ma è “ancora più peccaminoso quando la gente sa che è sbagliato e la compra”: chi lo fa deve “pentirsi”. Il Manchester United ha un certo seguito nel paese, tanto che nel 2006 è stato siglato un accordo promozionale tra la stessa squadra e l’ente turistico della Malaysia.
Anche le magliette delle squadre di calcio di Brasile, Portogallo, Barcellona, Serbia e Norvegia sono oggetto di critica da parte dalle autorità religiose della Malaysia, perchè hanno una croce stilizzata nell’emblema.

Dunque, quale sarebbe la notizia in effetti? Stupirebbe più il successone di un reality in stile "occidentale" tra cazzeggi e frivolezze alle quali siamo ben abituati piuttosto, quella sì che sarebbe notizia in Malaysia.

Il fatto che ci si sia trastrullati ignorando il problema "Islam", minimizzandone portata e serietà con cui fare i conti in una più seria riflessione (compreso il negare ad oltranza, per buonismo e politically correct, che è in atto uno scontro di culture e di religione), non ci autorizza ad essere sufficienti e superficiali quando incontriamo notizie dal mondo islamico, come la Malesia, che ha un percorso da noi ignorato ad oltranza, ma è sempre stato lì un progetto.

Nel 2005, per esempio, l'articolo di AsiaNews a spiegarci che in Malesia, i convertiti al cristianesimo "non possono rinunciare all'Islam", perché i convertiti sono apostati e la shari'a è spietata contro l'apostasia.

Anzi, per far chiarezza di quale sia il punto, sarà bene ricordare che la stessa Costituzione Malay dichiara che "cittadino malay è colui che professa l'Islam".

Chi nasce, insomma, è automaticamene dichiarato islamico e la Corte giudiziaria superiore, stabilì il 19 Settembre 2005, che i malay (che sono solo uno dei 4 gruppi etnici, poi ci sono cinesi, indiani, gruppi tribali indigeni): "non possono rinunciare all'Islam"

Azalina Jailiani dopo la conversione al cristianesimo, nel 1998, cambiò nome in Lina Joy e si è trovata davanti alla Corte composta da 3 giudici (2 islamici, 1 indù) che le hanno chiaramente detto, a riguardo della sua rinuncia all'Islam: "impossibile senza il permesso delle autorità religiose musulmane" ed anzi, ribadendo che la legge malay "non garantisce né prevede una procedura che impone a queste auorità di riconoscer il cambio di religione".

Così, insomma, si chiude il cerchio: chi cambia fede, come capita agli islamici convertiti, se osa far richiesta di cambio riconosciuto sulla carta di identità che in automatico riporta "islamica" con "cristiana", semplicemente cessa di essere riconosciuta malay.

I cristiani, insomma, sono considerate non persone: si può essere islamici e basta, pena caduta di diriutti.

C'è solo apparente libertà e legge di garanzia in Malaysia, come del resto in gran parte del mondo islamizzato, dove la shari'a è legge: solo apparenza perché i convertiti devono convivere, nei fatti, con la paura, il terrore, i musulmani considerano l'apostasia come un crimine gravissimo e troppi i casi in cui la Shari'a impone "riabilitazione" forzata, magari con il carcere.

Questa è la cultura da quelle parti, ce la spiega ancor meglio una donna cristiana di 48 anni, come racconta Asianews:

"Siamo discriminati e virtualmente viviamo delle vite sotterranee. Gli amici, i parenti, i nostri stessi fratelli ci evitano".

E si badi che le "premure" dell'Islam non sono rivole solo ai cristiani, ma a tutto ciò che è diverso e non in coerenza coranica.

Di ieri questo articolo del sito "peacereporter":

Battaglia tra due coniugi per la conversione dei figli all'Islam, operata dal padre

Riapre in Malaysia la diatriba sui diritti delle minoranze non musulmane, spesso costrette a subire il sistema giudiziario islamico. Se ne torna a parlare con il caso di Indira Ghandi, di religione indù, i cui figli sono stati convertiti all'Islam dal padre, ex marito della donna, senza il suo consenso.

Indira, che ha ottenuto oggi la possibilità di contestare la legalità della conversione, intervistata dal The Malaysian Insider, ha affermato: "Sono contenta che mi sia stata data la possibilità di far sentire le mie ragioni. Non voglio che i miei figli siano musulmani e non lo vogliono neanche loro".
Il caso offre una finestra sul sistema giudiziario malese, in cui le ingerenze islamiche nella vita dei cittadini non musulmani sono sempre più numerose. Uno degli ultimi episodi ha riguardato Moorthy, primo malesyano a scalare l'Everest, di etnia indù. Dopo la sua morte un tribunale della Sharia dichiarò che l'uomo si era convertito all'Islam prima di morire, e la sua tumulazione doveva avvenire come previsto dal rituale islamico. A nulla sono serviti gli appelli della moglie dell'arrampicatore, che ha negato la conversione. Il 40 percento dei 26 milioni di abitanti non è musulmano, ma di religione cristiana, indù, o buddhista.

Come si vede, la questione Tv e palinsesti non deve ingannare leggendola con leggerezza senza contestualizzarla in un progetto più ampio.

Ed in quel progetto più ampio, noi possiamo documentare, argomentare che dalla Malesia all'Egitto, da anni ed anni, nonostante omertà, silenzi complici e convenienze varie, c'è una recrudescenza dell'odio anti-cristiano dove l'Islam è Islam di Stato.

2 anni fa il ministro degli Affari Islamici della Malaysia aveva sancito che "non si deve e può usare la parola "Allah" per riferirsi al Dio dei cristiani perché questo uso può far crescere tensioni e creare confusione tra gli islamici del Paese."

Io, naturalmente, concordo pienamente: se si parla di Allah, al di là di letture un po' new ages sempliciotte o di desideri di improbabili sincretismi, non si sta parlando certo del Dio cristiano.

Ma parrebbe che il punto sia impedire la divulgazione e la promozione del cristianesimo, l'evangelizzazione, ostacolandola con ogni mezzo e pretesto in un Paese dove l'apostasia è un crimine, dove se vuoi restare malay non puoi certo convertirti.

A nulla è valsa la protesta di cristiani (cattolici ma anche protestanti) a difendersi spiegando che quando loro parlano di Dio, beh, fanno cosa che era in uso secoli prima che gli stessi islamici facessero altrettanto perché fino a prova contraria, è l'Islam che ha mutuato parola dai cristiani. Per non contare poi le proteste di altre confessioni che rivendicano il diritto di poter utilizzare la parola.

Secondo una strategia poi consolidata anche altrove, i luoghi di culto non islamici vengono pretestuosamente demoliti.

Addirittura il Rapporto 2008 dell'organizzazione "Aiuto alla Chiesa che soffre" riporta l'ingerenza della shari'a anche "sulle procedure per la sepoltura dei morti."

Insomma, sembra valere la regola documentabile da decenni e decenni nel mondo: più Islam = meno diritti e libertà. E più coerenza ai fondamenti del corano = ostilità, disprezzo, odio e progressiva perdita di terreno di quei valori che in Occidente, la cristianità è riuscita ad affermare e condividere, compreso il concetto di laicità che non è certo previsto dal Corano.

E la Malaysia non è certo l'unico Paese in queste condizioni, ce ne sono altri, troppi altri.

Che facciamo finta di non vedere sollazzandoci distratti.

Finché dura. Alle Maldive, per esempio, sono circa 3000 i cristiani autocnoni.

Ma nel luogo dove centinaia di migliaia di occidentali spendono somme considerevoli illusi nel parco giochi di resort e residence della finzione, tra piscine, spiagge dedicate e barriere coralline di lusso, quei cristiani si dovrebbe sapere,

possono praticare la loro fede solo in gran segreto: il lusso ed il consumismo drogato e scellerato occidentale, non vede che lì, i cristiani, sono ancora nelle catacombe, sono tutti potenziali martiri, ma anche privi di libertà laicissime riconoscibili da chi non ha fede.

Quei cristiani, quando trovano il coraggio di non nascondersi, finiscono in prigione o convertiti a forza all'Islam.

Paesi così, sono tanti e sono tanti, purtroppo, gli interessi e gli orticelli che non vogliono nemmeno che si possa affrontare dalla base, avendo informazione e verità adeguata di cui disporre, una riflessione che possa imporre responsabilità.

Il Wall Street Journal Europe, cita come Paesi simili, l'Arabia Saudita, il Pakistan, l'Irak, l'Iran come campioni dell'anticristianiesimo.

Secondo l'organizzazione Usa "Open Doors", tra i 10 Paesi che primeggiano nella orrenda e cupissima hit parade della persecuzione anti-cristiana, ben otto, 8 su 10 sono islamici ed i restanti sono 2 residui del comunismo, nipotini di Marx (Nord Corea e Laos).

E non dobbiamo dirci sollevati pensando a luoghi da noi lontani fisicamente, ci inganneremmo di brutto.

Ovunque l'Islam di venta Islam di Stato e dovunque la shari'a diventi legge morale e ufficiosa e poi inevitabilmente ufficiale e concretizzata normativamente, si ricreano le stesse condizioni.

Così, ove una comunità islamica in una realtà occidentale, Italia, Europa ovunque, si ponga di farne propria legge morale, per esempio in uso nella propria comunità, nella propria famiglia, presso le proprie mogli, i propri figli, rivediamo esattamente quella relazione: più coerenza al Corano, meno libertà e diritti. Noi le vediamo sfilare poco alcune storie dall'esito talmente violento, che è impossibile nasconderle di questo, storie dove i padri uccidono o perquotono o minacciano mogli e figlie, le segregano e sono infinitamente di più le storie che restano occultate in quella cultura.

Oppure, restando tra i ns. vicini mediterranei, potremmo parlare dell'Egitto, che noi occidentali definiamo come realtà "moderata" dell'Islam. E detto questo, ci sentiamo a posto con la coscienza e tranquilli.

Ma cosa significa poi davvero "Islam moderato"? Cosa comporta anche se è moderato, l'Islam?

L'Egitto non è un Paese istituzionalmente anti-cristiano, ma se guardiamo alt essuto sociale, alla base vedremo agitarsi un'ostilità crescente contro i cristiani.

Le sragi e gli attacchi ai cristiani Copti, una delle realtà cristiane più antiche del mondo, non sono una novità.

E per quanto possa esserci qualche cristiano che finisce al governo, il significato è scarso, perché la quasi totalità, circa il 70% dei voti, li gestisce l'organizzazione dei "Fratelli Musulmani" di cui tante volte Magdi Cristiano Allam ci ha parlato, anche lui troppo spesso voce "cassandra" inascoltata nell'indifferenza o nella convenienza dei propri orticelli economici o ideologici e perfino disprezzato per la "scomodità" di quel suo racconto.

E quando due aspetti della realtà, cioé lo Stato e la società, si incontrano così bene, diventano una potenza in cui la shari'a legittima persecuzione e questa, viene applicata dalla base sociale e protetta dallo Stato.

Per i Cristiani di Oriente, Vicino, Estremo, MEdiOriente, vivere nel mondo islamico è sempre più disperante e difficile.

E le parole spese dal Papa che poco tempo fa ha ricevuto un rapporto tremendo sulla condizione dei cristiani, non sono un caso, invitandoli a farsi portavoce di speranza, a resistere, a non fuggire testimoniando la fede.

Quello che il Papa non dice ma è sottinteso per un laico cristiano come me, è che ogni cristiano che resiste testimoniando la fede, non difende solo la sua fede cristiana, non offre in sacrificio il proprio coraggio, la propria sofferenza e la propria vita per Cristo, ma lo fa per ogni uomo, per tutti gli uomini perché sono quei cristiani che resistono nel sacrificio, nell'odio progressivo, che difendono valori di libertà fondamentali, civili laicissime a tutela e garanzia di speranza anche per chi fede non ne ha.

Perciò, se l'uomo europeo smaliziato che si ritenga troppo colto, troppo "evoluto" in un "progresso" può irridere o disprezzare questo sacrificio della vita per un Gesù che ritiene "anacronistico", dovrebbe pensarci meglio e comprendere il lavoro poderoso ed i sacrifici immensi che i cristiani in ogni luogo del mondo, anche coloro che sono meno colti e più semplici, fanno anche per loro che si vogliono colti ed evoluti.

Evidentemente, non abbastanza per capire.

Detto questo, si rilegga bene il post sul relality con l'Imam in Malesia. E si comprenda cosa sia la Malesia. Si collochi bene e si vedrà che c'è poco di cui discutere con leggerezza. E pensando al reality malesiano e poi dovendo leggere che in Turchia, in Egitto c'è interesse di questo grande successo,

si abbia l'inquietudine relativa al suo significato intrinseco.

E si rabbrividisca pensando che ciò potrà essere da noi, in Europa.

Difficilmente potremo impedire a parte della clericalità cattolica di impedire scempi, che sono già in corso da tempo e solo recentemente il Vaticano ha una guida più attenta prendendo atto della insaziabile ricerca di notorietà e della ambigua testimonianza di tanti e troppi preti, pronti a fare la fila per partecipare ai reality (anni fa ci provò un prete al Grande Fratello, ma infine parrebbe che gay e trans abbiano i requisiti per rendere la trasmissione più adeguata allo standard commerciale).

Di presenzialismi a fare opinionisti di tutto e del nulla in tv, abbiamo già dato, abbiamo già visto: soggetti inadeguati capaci di confondere più le idee che di schiarirle con la loro testimonianza televisiva quando non a confondersi loro stessi.

Abbiamo letto in questo blog di iniziative "originali" di antagonismo nell'inseguimento del nulla, con progetti di discoteche però a sfondo religioso, posso immaginarne il successo: non ne ho più sentito parlare.

Per non parlare di certi video e blog in rete gestiti da preti, come Don Giorgio Capitani che inneggia alla violenza dimostandosi molto devoto al culto dell'antiberlusconismo che a quello cristiano, con un livore a sfigurargli voce e volto che già sarebbe sopportabile a fatica ed inquietante in un cattolico laico o in un non cattolico, figurarsi.

Dunque, quando Don Paolo chiede: "dobbiamo attenderci qualcosa anche qui in Italia?"

Beh, mi pare che la questione sia superata: abbiamo già visto in azione il peggio.

Se sarà possibile frenare o invertire la tendenza alla testimonianza del peggio, lo dovremo probabilmente solo alla formidabile guida di questo pontefice straordinario che si è sobbarcato di immense responsabilità, con sacrificio (anche di porsi come impopolare) e con umiltà al contempo, ridando fiato e speranza ai tanti bravi cattolici, clerici e non, da decenni abbandonati e rassegnati, vedendo dei risultati disperanti: chiese vuote, caduta in massa di ordinazioni e quel che peggio, ordinazioni che mai avrebbero dovute essere fatte ed in generale, un continuo ufficioso scisma interno, con declinazioni di ogni tipo, idelogiche o consumiste e sono sicuro che tra la questione della pedofilia, quella delle vicende gay che in questi giorni scorsi per un poco hanno avuto ribalta, un quadro inquietante che non è rappresentativo di tutta la Chiesa naturalmente, né di tutti i preti, ma motivo per impegnarsi dinanzi a tante inadempiense e lacune, sia chiaro, a detrimento dell'immagine e del potenziale di credibilità, testimonianza e del ruolo missionario che la Chiesa ha tra gli uomini purtroppo, gravando su di loro, i tanti bravi credenti, preti e non, il sacrificio anche dell'ingiustizia, con giudizi sommari che molto, molto ricordano la cultura del giustizialismo in corso oggi in tutta la società civile e che sicuramente allieta solo i soggetti che la Chiesa la vorrebbero ridotta, distrutta, nell'irrisione e nel disprezzo comune.

Sapremo frenare questi scempi?

Sì, se abbiamo fiducia, fede in questa Chiesa e nella sua formidabile guida, un vero dono averla ma va sostenuto con passione e sincerità, non possiamo far finta che non sia una nostra responsabilità anche questa,

un buon motivo anche per spendere una preghiera per lui che ha sulle spalle un compito davvero, non facile, compreso accollarsi l'ostilità, il disprezzo, il rancore che tante volte, si percepisce anche in modo sfacciato.

A.

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